Login    Registrati

Login to your account

     
     
     
     
OR
Mercoledì, 14 Marzo 2012 15:15

Mulholland Drive

Mulholland Drive nasce da un’ idea di David Lynch per una serie tv, sul seguito del successo di Twin Peaks. Dopo la realizzazione di un episodio pilota, il progetto viene interrotto a causa del contenuto, considerato poco soddisfacente dall’emittente tv. Nel 2001, finanziato da Canal plus, Lynch realizza un lungometraggio con un’estensione della trama iniziale e delle scene precedentemente girate; il film gli varrà la palma d’oro per la migliore regia al Festival di Cannes e sarà considerato dalla critica un capolavoro. Contributo essenziale alla riuscita del film è la colonna sonora originale di Angelo Badalamenti, storico collaboratore di Lynch, che compare nel film con un cinico cameo.
Mulholland Drive è un film affascinante e magnetico che si allontana dalle pellicole visionarie e da incubo precedentemente realizzate da Lynch, spostandosi su un piano psicologico più complesso ed enigmatico. Marchiato dalle inconfondibili scelte stilistiche di Lynch, esplora la complessità della personalità della protagonista attraverso interrogativi irrisolti che generano un totale disorientamento in chi guarda il film.Un labirinto di avvenimenti, personaggi, ambienti ed indizi, porta lo spettatore in uno spazio oscuro nel quale le percezioni sensoriali si confondono con la lucida razionalità. Chi guarda il film per la prima volta non può non rimanerne catturato e disorientato dalla totale perdita di coordinate.

La trama, apparentemente alla deriva, ci porta in una Los Angeles finta e patinata nella quale una donna ha avuto un incidente automobilistico ed ha perso la memoria. Alla ricerca di se stessa incontra una giovane attrice, arrivata ad Hollywood nella speranza di diventare famosa.  Le due donne si incamminano per una strada perduta, contorta e irreale, affollata da registi dominati da corrotti produttori cinematografici, polizia e malviventi sulle tracce di una donna scomparsa, uomini distrutti dai loro incubi, un corpo di donna in decomposizione, una scatola ed una chiave blu ed un club notturno, rifugio per anime inquiete.  Nel momento in cui la donna sta per avvicinarsi alla sua identità il film sprofonda in una dimensione da incubo, angosciante, spietata e grigia in cui ritroviamo gli stessi personaggi con storie e vissuti differenti, ugualmente ed enigmaticamente legati tra loro.

L’arrivo delle due donne nel Club Silencio rimane un momento fondamentale del film nel quale lo spettatore si confronta con l’illusione. Nel surreale cabaret proposto dal club una donna canta una versione in spagnolo di “Crying” di Roy Orbison. Prima ancora che la canzone finisca, la cantante perde i sensi e sviene sul palco… la canzone continuerà a suonare (o il pubblico continuerà a sentirla).
Istanti dopo la chiave blu aprirà una scatola dentro la quale la rappresentazione scenica capovolgerà finzione e realtà.

Il film, in bilico tra dimensione onirica e realtà cruda e ossessionata dagli incubi, conduce inevitabilmente alla disperazione e all’illusione, illusione dalla quale lo spettatore non riuscirà a liberarsi facilmente. Chiunque guardi Mulholland Drive per la prima volta non può non sentirsi catturato dall’enigma e dalla necessità di trovare una logica, ma al tempo stesso si sentirà perduto, disorientato da spazio e tempo narrativi poco coerenti, da una realtà che si rincorre con la finzione, e da un cinema vuoto e illusorio. Alla fine del film, proprio come Rita e Diane nel Club Silencio, continueremo ad ascoltare la registrazione nonostante la cantante abbia da tempo smesso di cantare.
Pubblicato in Cinema
Mercoledì, 14 Marzo 2012 15:05

L'ora del Lupo

L'ora del lupo è un film del 1968 con la regia di Ingmar Bergman.
Il cinema di Bergman è sempre stato pervaso di simbolismi. Le sue opere, anche quelle dalla narrazione più classica, spesso nascondono metafore e, simboli. Basti pensare a "Sussurri e grida", "Il posto delle fragole", "Persona", "Il volto" o il capolavoro “Il settimo sigillo” . "L'ora del lupo" è però probabilmente il suo film più criptico, quasi surrealista, non solo nella fotografia e nello stile, ma anche nell'approccio al racconto, alla narrazione, ai personaggi. L'ora del Lupo, opera esemplare di tecnica filmica, di fotografia e di narrazione è un viaggio labirintico e lineare all'interno della mente umana e delle sue nevrosi.

Il protagonista Jonas è un pittore tormentato che decide di vivere su di un’ isola sperduta insieme alla sua nuova moglie Alma, personaggio al quale Bergman affida la narrazione del racconto. Jonas è alla ricerca di un isolamento sociale ed in fuga da un passato burrascoso non ancora risolto. Alma, completamente lontana dalla realtà, si scontra presto con l'incomunicabilità del marito e con i fantasmi della sua mente. Il baratro della nevrosi si apre quando lei, attraverso gli schizzi del marito ed il suo diario, entra in contatto con la dimensione irreale che Jonas vive. I personaggi da lui disegnati diventano così personaggi reali, nonché gli unici abitanti dell'isola: uomini alati, figure ragno che camminano sulle pareti, bambini demoni, donne dalla sessualità profondamente legata alla morte, tutte figure finte e diaboliche dall'aria artefatta e borghese.

Lentamente le due vite di Jonas, quella reale con Alma, e quella irreale e nevrotica che condivide con gli altri personaggi del film, si intrecciano e trascinano i protagonisti, e chi guarda il film, in un viaggio schizofrenico e allucinatorio che porterà alla distruzione.
La figura della moglie, unico personaggio che rimane ancorato alla realtà, diventa alla fine del film una figura chiave sia per capirne la storia in sé ma anche per andare al di là della narrazione, cogliendone i significati più nascosti.

“L’ora del lupo”, disarmante per linearità e coerenza delle scelte stilistiche, gioca tutto sui piani di realtà e allucinazione: i titoli di testa sono accompagnati dalla voce del regista che dà indicazioni ai suoi attori, come per ricordare allo spettatore la liquidità del confine tra reale e irreale. Confine che coincide con l'ora del lupo. L'ora del lupo è l'ora tra la notte e l'alba. È l'ora in cui molte persone muoiono, quando il sonno è più profondo e quando gli incubi sono più reali. È l'ora in cui gli insonni sono tormentati dalle loro più profonde paure, quando i fantasmi e i demoni sono più potenti”.  E' l'ora in cui l'uomo è solo davanti a se stesso, alle sue paure e alla sua follia, come se si guardasse dentro attraverso i frantumi di uno specchio rotto.
Pubblicato in Cinema
Mercoledì, 14 Marzo 2012 15:01

L'inquilino del Terzo Piano

"Polvere eri e polvere ritornerai, rimarranno solo le tue ossa, i vermi ti consumeranno gli occhi, le labbra, la bocca, entreranno nelle tue orecchie, s'infileranno nelle tue narici, il tuo corpo si putrefarà nei più reconditi recessi ed emanerà un orrendo fetore."

Dopo il suo capolavoro Rosemary's Baby, Polanski torna a cimentarsi con il dramma a tinte horror, elaborando il romanzo "Le locataire chimerique" di Roland Topor. La pellicola viene girata tra i claustrofobici e degradati spazi di un piccolo appartamento parigino dove si consuma la follia di un giovane immigrato polacco convinto di essere perseguitato dai condomini. Tale convinzione riesce a trapanargli la mente tanto da alienarlo totalmente dalla realtà fino a fargli assumere l’identità della donna che prima di lui aveva vissuto in quella casa ove vi era morta tragicamente. L’astuzia e la maestria espressa nel “giogo” di regia ove reale ed irreale assumono i panni dei veri protagonisti dell’intero lavoro. L’incertezza resa narcotica e plumbea dalle atmosfere dal retrogusto malsano unite alle ambigue anime dei vari personaggi che infestano le scene donano certamente un pathos inquietante all’interezza della pellicola ma quel che forse bisogna sottolineare è come il regista torna sul suo caro tema della quotidianità.

Il quotidiano visto come semplice riesce con grande naturalezza ad assumere un valore contorto , claustrofobico e carico di una tensione a tratti quasi insostenibile , rasente il complesso. La dannazione di tali riprese è uno spettacolo prodotto dall’eclettica mente di Polanski , in grado di creare deliri e sensazioni spesso inspiegabili senza ricorrere ad ausilio di artifizi. Paranoia ed angoscia si danno la gelida mano incastrandosi alla perfezione nelle mura dell’appartamento in cui nessuno sicuramente vorrebbe vivere. L’odio come un lombrico nel fango si insinua negli occhi indiscreti di vecchie megere dagli occhi indiscreti. Sguardi morbosi , insaziabili , sussurri sibili inarrestabili , petizioni che ricordano le vecchie condanne dell’inquisizione medioevale sono solamente alcuni dei macabri ingredienti che compongono questo austero minestrone.

L’horror diventa psicologico e ricorre il reale . La vera essenza del film forse sta proprio nella descrizione fenomenale del regista nel descrivere la nevrosi ed alcuni classici archetipi della coscienza umana come la paura , l’angoscia . Tali archetipi inoltre sono accentuati da una maniacale attenzione dei particolari , d’altronde Polanski risulta essere uno dei registi più attenti ai particolari vedi "Repulsion" e "Rosemary's Baby" . Magistrali sono inoltre le sue attenzioni rivolte agli incubi ed alle allucinazioni ed alla deformazione grottesca di alcuni personaggi.

Magistrale  la rappresentazione di se stesso all’interno della pellicola . La sua bravura sta sicuramente nel fatto di aver donato spessore e humor al suo personaggio che si pone in bilico tra l’irriverenza di Joseph K. de Il Processo ma che ricalca in maniera autobiografica la vita del regista con continui riferimenti alle difficoltà dell’immigrazione e dell’ambientazione di un polacco in terra francese ( tra l’altro esemplificato in maniera perfetta nel discorso con la polizia ).

Il dubbio , altro elemento simbolico del film, diviene forse il vero austero motore di questa follia cinematografica. I battiti ossessivi del vicino che impreca per imporre il silenzio , i geroglifici egiziani che Trevolsky rinviene in bagno , la mostruosità spettrale degli immobili personaggi inermi sotto la bianca luce del bagno che assumono sembianze di spettri in una camera mortuaria  , sono sicuramente momenti dove follia e paranoia assumono il valore di materia prima.

L’inesorabile caduta nell’inferno paranoico nel finale del protagonista è l’emblema forse già annunciato del delirio che percuote le fondamenta digitali della pellicola.

Innovativo e sicuramente magistrale l’inquilino del terzo piano. Horror e fantascienza si muovono come notturni pipistrelli che fuggono dalle prime luci dell’alba . L’uso della Louma, una speciale telecamera montata a gru in grado di spostarsi su varie altezze (fu usata anche da Dario Argento in Tenebre) tra le altre cose conferisce a Polnaski inoltre un applauso nel ricercare nuove tecniche in grado di raccontare al meglio i suoi incubi visivi. Da notare come il film sia privo dei titoli di coda il film si chiude sulla bocca urlante del protagonista e il logo della Paramount

Pubblicato in Cinema
Mercoledì, 29 Aprile 2009 02:00

The Others

The Others è un film del 2001, diretto dal regista spagnolo Alejandro Amenabar. In questo film il regista recupera con abilità  le atmosfere del filone gotico che fiorì a Hollywood soprattutto nel terzo e quarto decennio del secolo scorso. Potremmo definire The Other un horror psicologico, tutto è sottinteso, riferito, accennato e, nel rispetto delle regole del gioco, sono messi al bando sangue ed effetti speciali. Se non fosse per qualche effetto sonoro potremmo essere in un film di mezzo secolo fa.

Isola di Jersey, al largo delle coste fra l'Inghilterra e la Francia, nel 1945. Grace, moglie di un soldato disperso in guerra, e i suoi figli, Anne e Nicholas, vivono in una grande casa in stile vittoriano, fuori dai centri abitati.

Una mattina arrivano tre domestici: una coppia di anziani, la signora Mills, il signor Tuttle e Lydia, una giovane cameriera muta. Grace dice che li stava aspettando, mostra loro la casa e spiega che la regola principale per vivere li è quella di non aprire mai una porta prima che sia stata chiusa l'altra; i bambini soffrono infatti di una malattia che li costringe a vivere al riparo della luce, per cui nella casa regna quasi sempre l'oscurità .

Ogni mattino Grace, rigida e severa, insegna ai figli storie che riguardano il bene e il male, il peccato e la punizione, ma Anne e Nicholas dicono che da qualche tempo la mamma è diventata matta. Un giorno Anne afferma che in casa, oltre al fratello, c'è un altro bambino, ma Grace, rigida e ossessiva, la punisce. Dopo qualche tempo anche lei inizia ad avvertire strani rumori e voci e, quando dalla sala del pianoforte si sente suonare, sopraffatta dall'ansia decide di chiamare il sacerdote del villaggio per far benedire la casa. Lungo il percorso dalla densa nebbia appare Charles, il marito. Il suo ritorno non è come ci si sarebbe aspettato. Lui è molto freddo, sembra non essere disposto a perdonarle qualcosa e dopo una notte insieme a lei riparte.

Le stranezze della casa non si esauriscono, scompaiono le tende, i bambini scoprono tre tombe in giardino, Grace abbraccia i figli e ricorda, sul cancello che si chiude c'è un cartello con su scritto in vendita. La storia è ben costruita e, come in un vero racconto di fantasmi tutto è lasciato all'immaginazione dello spettatore suggestionato dall'atmosfera di suspence, da una colonna sonora ansiogena, da sussurri e suoni. Spiazzante il colpo di scena finale.

Protagonista principale del film è Grace interpretata da una splendida Nicole Kidman.
Pubblicato in Cinema
Giovedì, 26 Novembre 2009 01:00

Shining

“Shining”, è un film del 1980 di Stanley Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo del maestro dell’orrore Stephen King.

Jack Torrance, scrittore in crisi con precedenti di alcolismo, nella speranza di ritrovare l’ispirazione accetta un posto di guardiano per la stagione invernale all’Overlook Hotel, che raggiunge insieme alla moglie Wendy e al figlio Danny. L’hotel, costruito sui resti di un antico cimitero indiano, è stregato: 10 anni prima il precedente guardiano si tolse la vita dopo aver massacrato la moglie e le due figlie. Danny possiede un potere di preveggenza che lo porta ad avere inquietanti visioni di quanto avvenne, lo “shining” (la luccicanza), come mr. Halloran, il cuoco dell’ hotel, con cui instaura un rapporto telepatico. L’isolamento, il blocco creativo, la sua tendenza al delirio e gli spiriti dell’hotel fanno impazzire Jack che, come 10 anni prima, vuole uccidere moglie e figlio ma che invece inseguendo Danny si perde nel labirinto dell’hotel, dove muore assiderato.

Mentre per King la follia di Jack dipende esclusivamente dagli spiriti che abitavano l'Overlook Hotel, Kubrick da un orientamento psicologico alla storia per cui i fantasmi non sono la causa della pazzia, ma un tramite di questa per impossessarsi della mente umana. Danny vede i fantasmi in quanto predisposto al paranormale, Jack li vede in quanto predisposto all’ irrazionale.
Tutto in “Shining” tende al disorientamento, sia dei protagonisti che dello spettatore. “The Shining” è un labirinto. Il doppio e l’ambiguo dominano la scena, il racconto non ha uno svolgimento lineare, l’illogicità è prassi. Il tempo nell'hotel non esite, si dilata e diventa spazio, passato e presente si fondono dando spazio solo al "per sempre", una maledetta, illogica eternità.

Anche per il testo sonoro si può parlare di struttura labirintica. Il suono è materia plastica, riflette la dimensione caotica e confusionaria, si narrativizza e diventa protagonista. In piena tradizione con gli anni '80 è sintetico e irreale ma al tempo stesso vivo e proprio per questo spaventa anche senza immagini.

Eccellenti prove d'attore, con un Jack Nicholson che ci regala un'interpretazione talmente perfetta e coinvolgente da essere disumana, una allora quasi sconosciuta Shelley Duval che incarna perfettamente l'isterismo e il terrore di una donna che si vede crollare il suo mondo addosso ed è combattuta tra l'amore per la famiglia e il terrore del mostro che si impossessa dell'uomo che ha seguito in capo al mondo, e il piccolo Danny LLoyd, perfettamente tenero, spaventato, coraggioso, schizzofrenico... ed era solo un bambino.

Magistrale connubio Kubrick-King-Nicholson, il film non è un semplice horror che trasuda paura, dagli effetti speciali stupefacenti e da viscere e sangue in ogni dove. Shining è il film dei demoni personali, degli incubi di un bambino, dei timori di una famiglia in difficoltà: le paure del film sono le nostre paure, terribilmente spaventose in quanto realizzabili. "Shining", dunque, non è un film dell'orrore, ma del terrore, il nostro.

"All work and no play makes Jack a dull boy"
Pubblicato in Cinema
Download Full Premium themes - Chech Here
Free artbetting.net bookamkers reviw.
Contact us
http://b.artbetting.net/